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Dall'ospedale al museo

“…L’ambiente del Pellegrinaio è unico al mondo, perché neppure il celebre Ospedale di Bearne possiede affreschi del genere. E appunto perché unico al mondo dobbiamo vederlo in funzione, con i suoi letti e i suoi ammalati, con in più la squisita delicatezza della doppia vetrata che lo divide in due, con i suoi vetrini stampati a fondo di bottiglia? Insomma questa indecenza deve finire. Il Pellegrinaio si deve vedere, come un museo, perché un museo è, la Sagrestia si deve vedere come un museo, perché museo è. [...] Neanche un giorno di più devono restare i malati nel Pellegrinaio. Lo scandalo è nazionale.” (Cesare Brandi, 1968)

Sono passati più di quarant’anni da quando Cesare Brandi gridava allo scandalo, dalle pagine del Corriere della Sera, con questo articolo del 23 settembre 1968.
La sua protesta servì alla città di Siena per prendere coscienza dell’immenso patrimonio storico e artistico racchiuso nello Spedale di Santa Maria della Scala .
Grazie a questo grido di denuncia e a quello successivo dell’aprile 1976, sempre pubblicato sul Corriere della Sera, intitolato “Nuova vita per l’Acropoli”, si avviò finalmente una riflessione seria sulla “riconversione” dello “Spedale Grande”.
Il primo segnale della volontà di procedere a recuperare l’antico Ospedale fu l’incarico di eseguire un rilievo architettonico dell’edificio, dato ad un gruppo di architetti senesi, dall’ Amministrazione Ospedaliera che, nel frattempo, aveva avviato i lavori per la costruzione del nuovo Policlinico.
Negli anni ottanta crebbe enormemente il fermento intorno al tema del recupero architettonico e culturale del Santa Maria della Scala e si consumò quel processo culturale e sociale necessario perché il progetto fosse finalmente condiviso e fatto proprio dalla Città.
Tra gli episodi più significativi di questo periodo vi furono il laboratorio Ilaud (International Laboratory of Architecture and Urban Design), ospitato, dal 1982 al 1990, proprio all’interno del Complesso, e due convegni del 1986, uno organizzato dal Partito Comunista e l’altro dal Comune di Siena.
A distanza di pochi mesi da quest’ultimo, presieduto proprio da Cesare Brandi con il quale il Comune assunse un ruolo di primo piano nell’indicare le prospettive per la rifunzionalizzazione del Complesso, venne costituito un Comitato Permanente Promotore per il recupero del Santa Maria della Scala. Il Comitato nominò tre tecnici: Carlo Bertelli, Gianni Galliani e Enzo Zacchiroli, ai quali fu dato l’incarico di predisporre il disciplinare di gara con il quale selezionare il professionista, al quale affidare il progetto per il recupero e restauro dell’intero complesso monumentale.
Al concorso furono invitati architetti di fama internazionale: Guido Canali, Massimo Carmassi, Vittorio Gregotti, Josef Paul Kleihnes, Franco Minissi, Richard Rogers, Gino Valle. Fu individuata come vincitrice la proposta progettuale dell’Arch. Guido Canali di Parma.
Il progetto di Canali racchiudeva, più di altri, le ipotesi progettuali suggerite dall’intenso dibattito che si era sviluppato nel corso degli anni ottanta, riproponendo con forza quel carattere “molteplice” del Complesso, quell’essere straordinariamente capace di accogliere tante funzioni e attività diverse.
Sebbene il concorso vinto da Canali fosse del 1992, è soltanto nel luglio 1998 che viene dato finalmente l’avvio ai lavori di restauro, con un primo grande appalto di “Demolizioni”, volto alla eliminazione di tutte le superfetazioni che, funzionali alle esigenze ospedaliere, si erano aggiunte impropriamente nel corso degli anni.
Questo intervento “strategico” ha permesso di scoprire e leggere l’antico edificio e le sue potenzialità, di riaprire e ripulire tutte le vecchie corti, facendo di nuovo penetrare aria e luce all’interno del complesso, ha eliminato quella mostruosa giustapposizione di edifici che, costruiti nel dopoguerra, impedivano di godere della facciata più intrigante del Santa Maria della Scala, quella sul fosso di Sant’Ansano, e ha impedito che l’edificio, rimasto vuoto, venisse occupato , pericolosamente in “ via provvisoria”, da attività e funzioni improprie.
Contestualmente all’appalto delle demolizioni è stata avviata un’estesa campagna di indagini esplorative e conoscitive. Prima della progettazione esecutiva non si è potuto infatti prescindere da un’adeguata conoscenza del monumento, il cui modo di divenire lo ha reso unico e straordinariamente complesso.
Il Santa Maria della Scala si è infatti ampliato, nel corso dei secoli, non secondo un progetto, ma attraverso trasformazioni continue che, impedito come era ad avanzare, da una parte dal Duomo e dall’altra dalla discesa ripida del colle verso il Fosso di Sant’Ansano, sono potute avvenire solo inglobando “pezzi” di città già edificati: un’antica strada cittadina, una cinta muraria, vicoli, magazzini e diversi palazzi.
L’edificio non è facilmente leggibile né percorribile. Non esiste neanche una scala che collega il punto più alto con quello più basso, ma si passa da un livello ad un altro attraverso percorsi che non sono evidenti, ma devono essere ricercati. Le esplorazioni iniziate nel febbraio 1998, e tuttora in corso, si sono articolate in operazioni di rilievo, indagini archeologiche, indagini stratigrafiche sugli intonaci, ricerche archivistiche e documentali. Sono stati impegnati numerosi architetti, ingegneri, archeologi, restauratori, ai quali si sono affiancati gli antropologi che, con ammirevole pazienza, hanno recuperato resti umani di pellegrini, mendicanti e viandanti che, alla loro morte, venivano sepolti in grandi “carnai” comuni. Lo studio delle ossa recuperate sarà fondamentale per ricostruire lo stile di vita degli uomini di quel tempo.
La campagna di indagine è stata accompagnata e condizionata dalla scoperta di importantissimi reperti archeologici: un probabile edificio termale di età romana (V secolo d.C.), mummie quattrocentesche nella cripta sotto il pavimento della Chiesa della Santissima Annunziata, una serie di affreschi di notevolissimo valore artistico.
Successivamente a questi interventi preliminari sono stati progettati gli interventi di restauro. Una prima analisi dei costi ha posto l’esigenza di procedere al recupero per fasi, individuando lotti funzionali, distinti e successivi, da realizzare con i finanziamenti via via disponibili.
Si è così realizzato una sorta di cantiere–laboratorio, nel quale pian piano che gli spazi vengono restaurati ed aperti al pubblico altri se ne chiudono per iniziare i lavori e la lettura delle reazioni alle ipotesi di progetto indirizza più efficacemente i nuovi interventi.
Enorme è stato il lavoro tecnico-amministrativo che ne è conseguito per gestire sia l’intervento di molte imprese in cantiere sia le molteplici gare di appalto e i numerosi contratti.

L’antico ospedale è oggi recuperato per circa metà dei suoi spazi.
Oltre ai numerosi e prestigiosi ambienti monumentali, nei quali è possibile ammirare il prezioso e vastissimo patrimonio artistico proprio dell’antico Spedale, sono stati aperti al pubblico il percorso sotterraneo che ospita il museo archeologico, il museo d’Arte per Bambini, la Biblioteca Fototeca d’Arte di Giuliano Briganti e spazi percirca 6.000 mq destinati ad ospitare mostre temporanee e convegni.
Il progetto di restauro, che si è sforzato di valorizzare il monumento, la sua architettura, la sua storia, il suo immenso patrimonio artistico, è oggi pronto per compiere l’ultimo, rilevantissimo, passo in avanti: il recupero e restauro degli spazi destinati ad ospitare la più grande collezione al mondo di fondi oro, oggi in gran parte custodita presso la Pinacoteca Nazionale di Siena.