Nell’ambito del Film Festival Terra di Siena, dal 27 settembre al 16 ottobre 2005, nei Magazzini della Corticella del Santa Maria della Scala si terranno una mostra e un convegno dedicati agli attori che non hanno avuto il ruolo di protagonisti.
Con questo titolo I non Protagonisti, verrà messa a fuoco una interessante retrospettiva, curata da Mario Sesti, su un aspetto da sempre ignorato nella letteratura tradizionale del cinema italiano. Una mostra fotografica, un convegno e un film di montaggio inseguiranno l’idea che almeno fino agli anni ’60 esistesse un terreno comune sia al cinema di genere che a quello d’autore, sia alle esperienze di linguaggio più complesse che alla grandi configurazioni del racconto popolare e che questo tessuto connettivo, non fosse semplicemente un modo di scrivere o di guardare, uno stile produttivo o una ideologia di scuola. Questo grande e gremito sistema di gravitazione del cinema non è stato semplicemente un programma estetico o una nuova tecnologia, una politica produttiva o delle radici culturali comuni: è stato invece un paesaggio di corpi e di facce, di tecniche raffinate (che spesso attingevano alla dura esperienza del teatro di varietà, dall’avanspettacolo, dalla rivista), capaci di rendere uno sfondo inconfondibile. Buona parte di tali corpi e tali facce non ha mai goduto del privilegio di una parte da protagonista, ma ciò non significa che questo gli abbia impedito di scolpire caratteri e forme di espressione, stili di comunicazione e invenzioni di puro immaginario senza le quali i grandi film italiani non sarebbero stati tali. Ancor più chiaramente: gli attori non protagonisti sono stati una risorsa indispensabile e sottovalutata del cinema, tanto che nel dopoguerra, nessuno ha potuto farne a meno, dai grandi geni come Fellini, ai grandi artigiani come Risi, Monicelli, Comencini, ai professionisti di sicura efficacia come Steno, ai narratori corali come Emmer, agli alacri mestieranti come Mattoli. C'è stato un momento in cui la ricchezza di attori caratteristi era come avere una scaletta di sceneggiatura sempre a disposizione: il modello produttivo del cinema italiano tra la fine degli anni '50 e la metà degli anni '60, usò nei migliori casi questa risorsa, per portare al minimo la distanza tra attore protagonista e attore di carattere, tra figura e sfondo, con il risultato di esplorare uno stile d'intrattenimento e racconto in cui il regista si faceva guidare dagli attori e dai loro assoli. Il caso più eclatante è, con ogni evidenza, quello di Totò e della sua popolata squadra di piccole e grandi spalle, ma vale, con gradazioni assai più sfumate per una vasta porzione del cinema italiano e non solo d’intrattenimento. Inoltre, la personalità di alcuni attori cosidetti "secondari", ha uno stile di espressione tutto suo: Pandolfini o Talarico o Capannelle, sanno che hanno a disposizione gli angoli delle inquadrature, le scene di passaggio, la fine della sequenza comica, e la radicalizzazione dei tratti del loro corpo (che, non a caso, ha caratteri di eccezionale stilizzazione: gli occhi di Talarico, la silohuette di Pandolfini, i tratti neri da disegno di Goya di Tiberio Murgia). La retrospettiva di quest’anno nasce con il sospetto che dietro l’idea di classico di quel cinema ci sia una maestria della coralità e un grande esercito di volti, che meritano ancora di essere conosciuti, e amati, quanto meritano.